Riflessioni da “MORS TUA VITA MEA” di GERALDINE MEYER
Di Luigi Martinelli
Può assumere anche la forma di un’arte la cattiveria?
Penso di si: essere cattivi per scelta richiede talento; essere veramente cattivi non significa semplicemente fare del male, quel male, il più diffuso, che capita di commettere senza che quasi ci si accorga. La cattiveria, invece, è un progetto a freddo… come l’arte, e come l’arte non potrà essere alla portata di tutti, ma solo patrimonio di pochi eletti provvisti di intelligenza e anche di costanza.
Per la cerchia dei potenziali cattivi D.O.C. senza scopi il male non può avere natura empirica e non basta l’esercizio.
No!
L’arte della cattiveria non può che essere frutto di un’accurata preparazione teorica; risultato di un’intensa attività di studio: applicazione, dedizione, e anche passione. E sì, perché occorre spirito, inclinazione, volontà, coraggio, e anche responsabilità della propria cattiveria.
I genî del male?
Esistono? Sono esistiti? Ancora sopravvivono?
Certamente!
Sempre presenti nel vasto campo del genere umano, ma sarà difficile capirli e catalogarli. Essi sono materia di studio per esperti: storici, sociologi, psichiatri… e poi, qualunque in fine risulti essere il giudizio, per me la sola idea che il talento possa essere messo al servizio del male provoca orrore.
Se mai dovessi scrivere su di loro, la mia prosa non potrebbe che essere partecipata, violenta e aspra. Altrettanto vale anche per la criminalità, la più diffusa, la criminalità senza pensiero, grossolana, quella che si avvita sulla violenza indifferente al dolore sempre troppo profondo che provoca, e che mai sarà capace di far girare nel cervello una riflessione sul male.
Un brano da me scritto anni fa a proposito di una “razza” di gratuiti malvagi violenti:
“uomini uniformi… calmi, che con indifferenza lanciano di quando in quando insulti osceni o sferrano qualche pugno su un viso emaciato grigio che si colora di rosso. Non sono dominati dall’ira Non tormentano per crudeltà Sono spettri soggiogati dal potere, tutto di là dalle loro capacità di comprensione… ingranaggi di una macchina; bestie addestrate a far questa o quell’altra cosa… Nemmeno li odiano questi esseri umani che tormentano Forse nemmeno li disprezzano Solo non fanno loro caso. Il potere e il male sono indifferenza all’umano!”.
E a costoro quale appello si potrà rivolgere?
Piccoli esseri vili, egoisti, ottusi, viziosi, soprattutto “inconsapevoli”, che anziché sfavillare d’orgoglio per le proprie cattiverie, se ne dichiarano vittime predestinate e innocenti.
La loro cattiveria non è nemmeno frutto di una scelta, sono cattivi perché?…ma!?!…il sistema…la vita…i genitori…ma!?!… insomma non lo sanno nemmeno loro perché sono cattivi… non sanno nemmeno a volte di commetterla la cattiveria.
Per loro, essere cattivi e non esserlo è la stessa cosa; si nascondono tremanti nel loro fango, nel loro tutto che è niente e nel loro niente che è tutto.
Per esercitare, invece, l’arte della cattiveria è fondamentale conoscerne il Motivo che è guida sicura del loro agire, anche solo per un discorso di efficacia: non conoscere (o non voler conoscere) il motivo della propria cattiveria è come sparare con gli occhi chiusi, che magari riesci quasi per caso a colpire qualcuno, mentre con una buona mira il colpo va sempre a segno e ci sarà la ricompensa nella soddisfazione di aver fatto centro, fieri della propria cattiveria!
Ma è possibile anche che “Una persona possa fare del male senza essere malvagia?”.
È la domanda che si poneva Hannah Arendt, che poi concludeva: “Sì, esiste un male banale, cioè un male “privo di originalità, comune, ordinario, ovvio, prevedibile, scontato”.
E di questo genere di male parla Geraldine Meyer in
“Mors tua Vita mea”
Geraldine sgombra da subito il velo che (per pudore?) stendiamo sulla “normalità” del nostro vivere insieme. In ogni brano del suo calmo raccontare, c’è la rappresentazione realistica e dolorosa dell’agire umano che si apre (almeno in me lettore) alla benevolenza e stimola solidarietà nel prendere atto della drammatica condizione e grande complessità del vivere insieme, qualsiasi ne sarà l’esito.
Ci siamo in ballo tutti.
È questo il nostro vivere “normale” che ci portiamo dentro con coraggioso senso di rassegnazione “senza un lamento, un grido di dolore che tradisca la disperazione”; è la nostra natura di “animale irrequieto e impazientissimo del suo stato e condizione”.
La “normalità dietro il velo, almeno finché non accada l’evento improvviso e imprevisto che sfoci nel male, sempre lo stesso, banale per tutti: medici, ingegneri, avvocati, insegnanti, meccanici, zucconi geni…
Nessuno si salva.
E anche il male che ne deriva è ancora sempre lo stesso cambiano solo gli effetti.
Fra tutti gli esseri viventi siamo noi i malati che esigiamo che ogni situazione sia sempre in movimento. Atteggiamento che si esprime perfettamente soltanto nella natura dell’uomo, la nostra natura di animale irrequieto e impaziente del proprio stato e condizione inesorabilmente ci colpisce; è la nostra natura la vera matrigna da cui possano maturare contrapposte possibilità…
Anche nel bene?…
mah!
Comunque è vero che in una sola anima si manifestano per lo più dissonanze che in fine, nella concomitanza di più cause risulteranno dannose a sé e agli altri.
La mente regola il tutto, ma la macchina che siamo è un insieme indissolubile di corpo e mente ed è possibile che in determinate condizioni possa essere il corpo a imporre alla mente un agire che, comunque dobbiamo riconoscere come proprio..
Mi viene in mente Meursault, “lo starniero” e il sole abbagliante, il caldo soffocante che obnubilano la mente, tanto che, quasi contro la sua volontà, spara e uccide un uomo. Non sa il perché lo abbia fatto e ha la sensazione che il suo gesto appartenga a un altro. E Meursault è una persona normale solo vuota emotivamente, indifferente, come, specie in quest’epoca, accade a tanti.
“ Mi è parso allora di riconoscere il sentimento che leggevo su tutti i volti; credo proprio che fosse del rispetto. I gendarmi mi guardavano con molta dolcezza. Io non pensava più a nulla. Ma il presidente mi ha chiesto se avevo qualcosa da aggiungere. Ho riflettuto. Ho detto: “No”. E’ allora che mi hanno portato via”.
Dunque Meursault non è un essere spregevole… è un uomo. Come tanti che nella solitudine possono precipitare in una condizione di estraneità.
Nel risvolto di copertina di “MORS TUA VITA MEA”, la domanda essenziale:
“Se nessuno è innocente, allora nessuno è colpevole?”.
Domanda pertinente e imbarazzante, ma riesco solo a provare tanta pena per l’essere umano.
“Ci si guardi allo specchio
Certe cose bisogna stare a sentirle
Soltanto gli incarogniti strillano
Bisogna parlare chiaro.
Ci siamo in ballo noi.
Ho cercato dietro i veli.
Scostato l’ultimo velo, ho visto che dietro…”.